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L’angolo
indipendente:
Cari
compagni, a continuazione vi presentiamo la storia dell’occupazione
di Via Adda a Milano raccontata dagli stessi occupanti...
1) Come siete arrivati a
occupare via Adda e cosa rappresenta questa
occupazione nel quadro delle lotte per la casa a Milano?
L'occupazione
di via Adda nasce come conseguenza dello scontro che l'amministrazione
comunale, sostenuta dal prefetto di Milano, ha scatenato nella
primavera del 2002 contro gli insediamenti "nomadi" a Milano.
Uno scontro che si è acutizzato in seguito ad una serie
di occupazioni che la comunità rumena ha portato avanti
per rispondere alla repressione che si abbatteva costantemente
contro i campi allestiti dal comune stesso.
Era
il 6 giugno 2002 quando scattava l'operazione "basta nomadi" con
cui le forze dell'ordine hanno cercato, nella stessa giornata,
di cancellare le esperienze di lotta in P.za del governo provvisorio
(una piccola occupazione di 10 famiglie tra italiani, rumeni e
magrebini) e la ex-scuola Marchiondi, occupata la notte del 1°
giugno dopo lo sgombero della palazzina di via Sapri che resisteva
da sei mesi.
Dopo
la riuscita dei primi due sgomberi, la polizia si concentra nell'attacco
finale al campo di via Barzaghi, il luogo di massima concentrazione
della comunità rumena a livello nazionale, dove vivevano
circa 600 persone. L'obiettivo era esplicito: deportarne circa
350
La
comunità però si difende, barrica la strada, contorna
il campo di bombole del gas e si arma di bottiglie di benzina,
Il fronteggiamento dura circa 6 ore; alla fine la polizia cede
e abbandona il campo. Dal giorno successivo inizia una frettolosa
ricerca di uno stabile da occupare: la vittoria sule barricate
ha dato coraggio e fiducia, con una polizia che non appare più
invincibile.
Lo
stabile di via Adda era già stato addocchiato mesi prima.
Si trova in centro, a ridosso del Pirellone. Questo appare inizialmente
come un problema, ma i principali leader della lotta non si fanno
intimorire e cominciano ad insediarsi all'interno di questa casa
di 4 piani e oltre 150 stanze. Le stanze vengono velocemente liberate
dalle macerie e nel giro di poco tempo vi si stabiliscono 100
persone. Un mese dopo, il 2 luglio, la polizia tenta di attaccare
la casa. Riappaiono le bombole del gas, questa volta sopra i tetti,
proprio di fronte alle telecamere di tutte le TV locali e nazionali
presenti a Milano. La polizia abbandona nuovamente il campo. E'
fatta: la casa é nostra!
Nei
mesi successivi si rinforza l'occupazione, accedono nuovi abitanti
(si arriva così a 300), si definiscono regole di funzionamento,
e strutture decisionali. Nello stesso periodo si comincia a prendere
contatto con altre forze impegnate sul terreno della lotta per
la casa, in particolare coi comitati di Ticinese, dove stava infuriando
la battaglia contro gli sgomberi, in un quartiere storicamente
denso di occupazioni soprattutto da parte delle famiglie proletarie
immigrate dal sud nelgi anni '60 e '70.
Poco
alla volta la lotta di via Adda comincia ad entrare a far parte
di un tessuto più ampio di lotta per un diritto fondamentale.
La
prefettura milanese calcola circa 35000 persone solo nella città
di Milano, che occupano appartamenti o insediamenti abusivi; un
potenziale esercito per lo più disorganizzato, che spesso
non ama emergere dalla clandestinità, per paura dell'azione
repressiva. Via Adda invece, sia per scelta che per costrizione,
è stata obbligata a rivendicare pubblicamente le proprie
azioni, incluse le costanti misure di autodifesa contro la repressione
che non è mai venuta meno.
Possiamo
dire che é la punta di un iceberg e che, intorno ad essa,
è sempre più frequente verificare una partecipazione
attiva da parte di forze variegate della sinistra milanese e non
solo.
Parafrasando
il linguaggio giornalistico degli ultimi tempi: Milano è
come una polveriera; via Adda è "solo" una miccia già
accesa.
2)
Come è organizzata via Adda ( assemblea, consiglio..)?
L'organizzazione
interna in realtà è piuttosto semplice.
Esiste
un organismo sovrano in assoluto che è l'assemblea generale
degli occupanti chiamata a prendere le gradni decisioni riguardanti
la casa occupata e il suo futuro.
Ma
il vero organismo di autogoverno giornaliero, che sintetizza nel
suo funzionamento tutti i poteri (autogestione della casa, propagnada,
inziativa politica, autodifesa militare) è il consiglio.
Il
consiglio ha cambiato la sua natura nel corso del tempo.
Il
1° consiglio era una struttura che aveva il compito essenzialmente
di occuparsi della difesa della casa e dell'accoglienza dei nuovi
arrivati. Esso era formato dalle principali avanguardie che avevano
lottato sulle barricate del 6 giugno e, in realtà, non
era stato eletto da nessuno.
Un
2° consiglio fu definito a novembre del 2002, in seguito alla
crescita del numero degli abitanti e alla necessità di
un rapporto più stretto con l'insieme dei nuclei famigliari
presenti, circa 130. Questo consiglio, di 9 persone, è
stato eletto in assemblea, con il compito fondamentale di garantire
l'autogestione della casa e il suo funzionamento interno.
Ma
la repressione da una parte e la necessità di mantenere
l'iniziativa politica dall'altra (lotta per la casa, movimento
degli immigrati per il libero soggiorno, partecipazione allo sciopero
generale dell'ottobre 2002, manifestazioni contro la guerra imperialista)
ci hanno sempre "costretto" a mantenere attivi 2 piani di lavoro,
uno interno uno esterno.
Ultimamamente
stiamo quindi arrivando alla definizione di una doppia struttura
consiliare, entrambe dipendenti dalle decisioni dell'assemblea
generale
1)
Un organismo di autogoverno dell'occupazione, che si coordina
direttamente con altre stutture di lotta nella città, che
si riunisce almeno 1 volta alla settimana.
2)
Un organismo di rappresentanza interna, costituito da esponenti
scelti dalle diverse famiglie che costituiscono la casa, per garantire
una possibilità effettiva di auto-gestione della quotidianità
nella casa (pulizie, ristrutturazione, raccolta soldi, preparaszione
delle manifestazioni di massa ecc, )
Esistojno
inoltre riunioni sempre più frequentemente indette dal
consigliocon l'obiettivo di conformare un organismo di coordinamento
del lavoro sul terreno della lotta per la casa e dei diritti democratici
degli immigrati.
Sulla
base di una prima proposta di piattaforma di lotta si sceglierà
nei prossimi mesi la forma organizzativa più adeguata (Consiglio
generale per delegati? Coordinamento di forze organizzate? Forma
assembleare aperta a tutti?)
3)
Quale è la relazione con la cittadinanza milanese e con
il resto dei
lavoratori ?
In
generale possiamo qualificare i rapporti con "la cittadinanza
sulla base di due parametri: i "vicini di casa" e le strutture
organizzate con cui lavoriamo congiuntamente.
Per
quanto riguarda i vicini i rapporti sono piuttosto contradittori.
Ci sono settori molto arretrati coscienzialmente, che tendenzialmente
fanno riferimento alle forze di governo (AN, Lega nord, Forza
Italia), che esprimono posizioni razziste a prescindere dai rapporti
instaurati con le comunità rom. Spesso i giornali più
reazionari fanno leva su questi settori per istigare le forze
dell'ordine ad intervenire. Così per esempio è successo
nel 2001 nello sgombero di via Barzaghi (il più grande
campo nomadi alla periferia nord-ovest di Milano) e la storia
si è ripetuta nell'occupazione di via Polidoro sgomberata
proprio ieri da 300 poliziotti. Ma è anche il caso di alcuni
commercianti della zona di via Adda, una zona a bassissima concentrazione
proletaria. Ma abbiamo ricevuto anche numerose testimonianze di
solidarietà concreta e in linea di massima, teendo conto
delle caratteristiche socio-economiche del quartiere (consolati,
banche, agenzie di viaggio, hotel, stazione centrale dei treni)
possiamo dire che la solidarietà. o per lo meno una convivenza
pacifica con il vicinato, rimane l'elemento preponderante, nonostante
le campagne di alcuni mass-media .
Per
ciò che riguarda invece le forze sociali e politiche organizzate
la situazione è piuttosto dinamica. I rapporti più
importanti li abbiamo con una serie di centri sociali, che si
basano sul protagonismo della gioventù "più radicale"
e con le associazioni che si occupano dei diritti degli immigrati.
Sono
invece abbastanza scarsi i rapporti con le forze sindacali, con
gli organismi dei lavoratori anche se va detto che, dopo la nostra
partecipazione allo sciopero generale del 24 ottobre, si sono
saldati, ance se a livello iniziale, dei rapporti politici che
possono essere interessanti, per esempio con un settore di precari
in lotta del call center della Omnitel, con un collettivo di operai
di Sesto S.Giovanni e inoltre con lo SLAI e il SinCobas.
Per
quanto concerne le organizzazioni del "vecchio movimento operaio"
la questione è un po' più complessa. La CGIL ci
rispetta ma allo stesso tempo un po' ci teme. Per esempio, sempre
parlando dello sciopero del 24 ottobre, la CGIL ha concentrato
il suo servizio d'ordine proprio davanti al settore di via Adda
composto da circa 500 persone. Un evidente manovra di controllo
che però non ha impedito che npoi potessimo portare avanti
apertamente la nostra battaglia rivendicando apertamente "l'illegalità
delle occupazioni" e la lotta rivoluzionaria degli operai boliviani.
Le
forze politiche fanno invece fatica ad esprimersi apertamente.
Non si sono ancora pronunciate apertamente insomma, anche se in
alcuni dibattiti televisivi, hanno comunque dovuto legittimare
in qualche modo l'occupazione di via Adda e siamo in contatto
aperto con l'opposizione interna al PrC, coi compagni di Progetto,
che cominciano a partecipare stabilmente alle nostre iniziative
pubbliche.
Il
nostro giudizio, in generale, è che la questione della
casa è fonte di denuncia permanente, ma non di iniziativa
organizzata. Possiamo dire di essere gli unici che cercano di
costruire, dal basso un organizzazione di lotta su questo terreno.
4)
Quale è la risposta dello Stato borghese (Comune, Provincia,
Regione)
all' occupazione?
La
risposta dello stato si potrebbe sintetizzare in una parola: repressione.
Questo non riguarda solo la vicenda di via Adda ma l'intera storia
della comunità rom a Milano. Una repressione sistematica
che si è basata sulla legislazione italiana (sia la legge
Prodi-Napolitano del centro sinistra, sia l'attuale legge Bossi-Fini
fatta dal centro-destra) con costanti espulsioni ai danni dei
clandestini che affluiscono in numero sempre maggiore, sia sulle
decisioni dell'amministrazione milanese che cerca di emarginare
i rom nelle periferie, nei famosi campi-nomadi, aiutati in questa
operazione dalla legge nazionale che impedisce a chiunque non
sia regolare di accedere ad un'abitazione stabile. C'è
poi un altro livello di repressione che è l'intervento
repressivo diretto della polizia con sgomberi, perquisizioni,
maltrattamenti, minacce.
E'
ovvio che, soprattutto quest'ultimo aspetto, è molto legato
allo sviluppo dei rapporti di forza. A volte la repressione cala
a freddo, altre volte ha fatto dei passi indietro di fronte alla
mobilitazione massiccia di via Adda, altre volte ancora si manifesta
sotto forma di rappresaglia, come per esempio dopo lo sciopero
generale, cioè proprio in questo periodo. Ora via Adda
non è più solo un problema di contenimento dell'immigrazione
e nemmeno di ordine pubblico. E' diventato un problema politico.
Lo scontro si è notevolmente alzato, il dialogo è
nullo.
In
realtà c'è stato un periodo in cui erano piuttosto
frequenti gli incontri, in particolare con Prefettura e Questura.
Ma dalla primavera del 2002, da quando ci sono state le barricate
in Barzaghi, lo scontro si è fatto irrimediabilmente frontale,
si sono praticamente interrotti tutti i rapporti e forse è
proprio da quel momento che si sono liberate le energie decisive
dei rom.
Come
consiglio di via Adda, ci siamo fatti carico di sviluppare una
proposta per regolarizzare la situazione di via Adda, dichiarandoci
disponibili a pagare un affitto o ad abbandonare lo stabile in
cambio di una casa come minimo vivibile quanto quella attuale,
Ma garantendo tutti i 130 nuclei che attualmente la occupano.
vale a dire un permesso di soggiorno per tutti, Inutile aggiungere
che una simile proposta non è stata accettata.
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